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EDITORIALE. “Se’un si fa i contrasti e ‘un si vincan le partite”, agosto 2009

La Roma ieri si è sciolta come neve al sole nel secondo tempo: la squadra non sa lottare

E se può darsi che il susseguirsi dello sbagliarsi
Porti a non tornare sugli stessi passi cosidetti falsi
Allora la mia vita è un replay di un frame
Che ad ogni play somma un filo stremato di delay“.

Tempo fa, tanto tempo fa, quando la Roma non vinceva trofei da due anni e non da otto, Spalletti dopo una sconfitta contro la Juventus disse una frase destinata a rimanere nella storia. Una frase semplice, diretta, che va dritta al punto: “Se’un si fa i contrasti e ‘un si vincan le partite“. Praticamente la stessa cosa detta ieri nel post-gara di Bergamo, dopo l’ennesima sconfitta in trasferta, dopo la terza sconfitta in stagione, dopo aver averso altri punti pesanti in ottica Scudetto (e più realisticamente in ottica secondo posto).

Il tecnico della Roma, e chiunque abbia gli occhi per vedere, si può accorgere senza difficoltà come la Roma non sia assolutamentr in grado di lottare. E’ una squadra che palesa sempre gli stessi errori: manca sostanza, mancano contrasti 1 vs 1, mancano palle recuperate. Basti pensare come la Roma sia la quindicesima squadra per km percorsi (QUINDICESIMA) e che per trovare un Giallorosso nella classifica delle palle recuperate su 200 uomini ci sia bisogno di arrivare al numero 58 per trovare un giocatore della Roma, Bruno Peres.

Sarebbe un mondo ideale se in Serie A si giocasse sempre palla al piede, a campo aperto e con squadre che cercano di giocare, ma la realtà è ben diversa: il campionato italiano è uno di quelli in cui si lotta di più, in cui i difensori fanno più contrasti, in cui l’intensità la fa da padrone. La squadra Giallorossa è una squadra da fioretto, un po’ per caratteristiche dei giocatori, poco cattivi e battaglieri, un po’ perché a Spalletti piace questo tipo di calcio, al quale però vorrebbe abbinare l’ormai “famosa” sostanza, i contrasti. La Roma non ci riesce, non riesce mai a rimboccarsi le maniche e lottare a testa bassa, rispondendo colpo su colpo. Quando gli avversari alzano la voce, o il gomito o la gamba, la Roma comincia a uscire dal match, comincia ad ammorbidirsi, a sciogliersi come neve al sole, anche quando il campo fino a quel momento stava raccontando un’altra storia. Ed è questa la cosa peggiore.

Ieri hanno ammesso tutti candidamente, come se nulla fosse, che quando c’è da lottare la squadra viene a mancare in qualcosa. Lo ha ammesso Spalletti, ma anche El Shaarawy alla Domenica Sportiva. E’ evidente, certo, ma sentire membri dell’AS Roma dire qualcosa di simile è inquietante, perché senza “battagliare” non si vincono le partite, figuriamoci dei trofei a fine stagione. La mancanza di carattere è già costata la Champions League alla squadra, ora sta costando anche lo Scudetto: 8 punti su 21 a disposizione nelle gare esterne è una media da ottavo posto, roba tendente al centro classifica. Juventus, Fiorentina, Atalanta, Milan e Lazio hanno fatto più punti con una gara in meno.

Il mister ha detto che oggi durante l’allenamento ne parlerà con la squadra, perché questo problema va risolto, ma è fondamentale che tutti capiscano, tutti quanti, anche chi pensa più alle proprie prestazioni o alla propria posizione in campo piuttosto che al risultato, che c’è un solo modo per vincere qualsiasi cosa a Roma, soprattutto lo Scudetto: lottare, lottare fino all’ultimo secondo di gioco disponibile. Altrimenti, saremo di nuovo qui a dare pugni al tavolo durante la conferenza, a lamentarci dell’importanza dei contrasti mancati e a sopportare, ancora una volta, il dolore bruciante che solo un rimpianto può causare, unico dolore maggiore a quello della sconfitta.

P.S.: Qui sotto, la conferenza di cui sopra, datata agosto 2009: se cambiassimo la data e la presentassimo come fosse di ieri sera, quali differenze si potrebbero notare? Esatto, i nomi dei calciatori.

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