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L’opinione di Giulianelli. Cambio di mentalità

Editoriale di Emanuele Giulianelli, penna di Gazzetta dello Sport, FIFA Weekly, Panenka, FourFourTwo, Il Messaggero.

Ieri sera ero seduto al tavolino del bar di un prestigioso hotel milanese insieme a Dusan Tadic, il fantasista serbo del Southampton, per un’intervista. Quandogli ho posto la domanda sul perché ci sono squadre che sottovalutano l’Europa League e che importanza riveste per la sua squadra, lui mi ha risposto che in Inghilterra per tutte le squadre in cima alle priorità c’è la Premier League. Perché è un campionato di alto livello, con venti formazioni potenzialmente tutte in grado di vincere, come ha dimostrato il Leicester lo scorso anno, una competizione in cui non puoi mai mollare, neanche per una partita, se no vuoi precipitare in classifica.

Tadic mi ha fatto riflettere e il mio pensiero è andato di riflesso al calcio italiano (più in generale) e alla Roma (in particolare): mi sembra che la maggior parte del movimento nostrano sia affetto da un inspiegabile senso di superiorità, di presunzione e spocchia. Forse ho usato due termini troppo simili, ma ci tengo a sottolineare il concetto che è, per me, fondamentale.

Forse in Premier League ci si può permettere di mettere al secondo posto (o al terzo, visto quanto le squadre inglesi tengono alla FA Cup!) l’Europa League: noi no, non possiamo permettercelo. Perché il nostro campionato esprime ormai un livello non più così alto a livello qualitativo; perché i risultati delle nostre squadre in Europa sono ormai mediocri, se escludiamo la finale di Champions League della Juventus. Una squadra che, oltretutto, è di un altro livello rispetto alla media (e anche alle posizioni immediatamente a ridosso del vertice) delle squadre di Serie A.

Scendendo ora nel particolare, voglio capire come sia possibile che a Roma ci sia chi si permette di sottovalutare l’Europa League: c’è chi pensa che sia solo una “coppetta”, un torneo di dopolavoristi o poco più: mi sembra un lusso che non possiamo concederci. Non è questo il modo di ragionare se vogliamo crescere, se vogliamo fare il salto di qualità. Ma il vero punto è: vogliamo davvero farlo? Siamo sicuri che, a livello più o meno conscio, non è la Roma a boicottare se stessa? Io penso che in buona parte sia così: che i veri freni alla crescita definitiva della Roma vengano più dall’interno che dall’esterno.

Prendo a esempio la situazione Dzeko. Arriva come un fenomeno, sui giornali si sperticano in paragoni stellari, avvicinandolo a Batistuta e altri mostri sacri; dopo poche giornate diventa un brocco e il nome Dzeko diventa quasi un epiteto per indicare uno che non vede mai la porta. D’estate dobbiamo liberarcene, sì mandiamolo via perché tanto noi sul mercato possiamo prendere Cristiano Ronaldo! Lo teniamo a malincuore, come se avessimo al centro del nostro attacco Marazzina, Mido o Paolino Poggi (comunque un mito).

E ora è diventato un fenomeno, un giocatore imprescindibile, il bomber che aspettavamo dai tempi del Re Leone.

ProfiloNon c’è equilibrio. Ragionando e comunicando in questa maniera non si vincerà mai nulla. Sembrerò Nanni Moretti ai tempi dei girotondi, ma sono convinto che se la Roma vuole davvero inziare a vincere (perché, nonostante il nostro sussiego, l’ultimo scudetto conquistato si avvia verso la maggiore età) c’è bisogno di un cambio netto di mentalità e di comunicazione. Dzeko non è un fenomeno e non è un imbranato: è un ottimo giocatore, di altissimo livello rispetto al livello internazionale e al rating della Roma, un giocatore che ha vinto in competizioni importanti e può essere fondamentale nella costruzione di una squadra vincente. Ma è un uomo, come tutti noi, che messo in una condizione psicologica sfavorevole può non rendere secondo le sue capacità. Come ognuno di noi, ripeto. E questo ragionamento sfugge a tanti, purtroppo.

Per vincere bisogna crescere e maturare: la società in primis, tutti noi a ruota.

Iniziamo da stasera. Speriamo.

Emanuele Giulianelli
@EmaGiulianelli

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